Gratitudine solstiziale

 Per gran parte della mia vita ho vissuto come una donna che si prepara a una carestia che non arriva mai. Senza accorgermene accumulavo: cibo nel frigorifero, oggetti negli armadi, progetti nei cassetti, persone nel cuore, come se da qualche parte, dietro l'orizzonte, si stesse addensando un inverno terribile e io dovessi farmi trovare pronta, circondata da provviste sufficienti a sopravvivere a qualunque disgrazia. Soltanto molti anni dopo ho compreso che la fame più difficile da saziare non abita nello stomaco, ma nell'immaginazione, in quel luogo oscuro dove si annidano le paure e dove ogni mancanza viene ingigantita fino a sembrare una minaccia mortale.

Per questo continuiamo a riempire le dispense dell'anima. Aggiungiamo un altro piatto, un altro amore, un altro progetto, un altro acquisto, un'altra rassicurazione, convinti che il problema sia la scarsità, quando spesso il problema è esattamente l'opposto: siamo talmente circondati da cose, abitudini e bisogni da non riuscire più a distinguere ciò che ci nutre da ciò che semplicemente ci occupa.

La mia trasformazione non è cominciata il giorno in cui ho deciso di perdere peso. È iniziata molto prima, nel momento in cui ho cominciato a dubitare delle mie fami. Le osservavo presentarsi una dopo l'altra, travestite da necessità assolute, eppure bastava fermarsi ad ascoltarle per scoprire che molte di loro non avevano nulla di ancestrale. C'era la fame dell'orologio, che pretendeva di mangiare perché era arrivata una certa ora; c'era la fame della noia, che chiedeva conforto; c'era la fame della tristezza, che cercava zucchero come un viandante cerca una locanda illuminata nella notte; c'era perfino la fame della paura, quella che accumula riserve per emergenze che esistono soltanto nella fantasia.

Sotto tutte queste voci, però, ne esisteva una più antica, più sobria e infinitamente più saggia. Era la voce del corpo, non del corpo addomesticato dalle pubblicità, dalle mode e dalle convenzioni sociali, ma del corpo primordiale, quello che riconoscerebbe la fame, la sazietà, la stanchezza e la sicurezza anche se venisse lasciato nudo sotto il cielo, davanti a un fuoco acceso. Quel corpo non chiede molto. Chiede il necessario. E proprio per questo è ricchissimo.

Con il passare degli anni ho scoperto che la libertà non consiste nell'avere meno, né nell'imparare ad accontentarsi. La libertà consiste nel non essere più governati da bisogni che non ci appartengono. Consiste nel mangiare perché la fame è arrivata davvero e non perché una regola esterna lo impone; nel scegliere una persona perché la sua presenza aggiunge bellezza alla nostra vita e non perché temiamo il silenzio; nel riconoscere la differenza tra ciò che sostiene l'esistenza e ciò che serve soltanto a distrarci da essa.

Forse è questa l'eredità più preziosa che sto costruendo. Non un patrimonio che possa essere contato, fotografato o dichiarato, ma una lenta emancipazione dall'inutile. Ogni paura lasciata andare, ogni dipendenza smascherata, ogni falso bisogno riconosciuto e sciolto ha ampliato il territorio della mia libertà molto più di quanto avrebbe potuto fare qualunque aumento di reddito. E così oggi mi accorgo che la prosperità assomiglia meno a un caveau pieno d'oro e più a una tavola apparecchiata con ciò che serve davvero: cibo che nutre, un corpo che funziona, un luogo sicuro in cui tornare, qualche persona amata e la capacità, rarissima, di riconoscere tutto questo come abbondanza.

Perché esiste una forma di ricchezza che compare soltanto quando smettiamo di domandarci che cosa manca e impariamo finalmente a vedere ciò che è già qui, davanti a noi, come un raccolto che abbiamo coltivato per anni senza renderci conto di quanto fosse diventato vasto.




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