Gelato

 

Oggi ho mangiato un gelato. Potrebbe sembrare una frase banale, quasi insignificante, eppure dentro quelle poche parole si nasconde uno degli insegnamenti più importanti che il cibo mi abbia regalato negli ultimi anni. Un piccolo atto di magia quotidiana. 
È proprio questo che, troppo spesso, dimentichiamo quando parliamo di nutrizione: il cibo non è mai soltanto chimica, calorie, carboidrati, grassi e proteine. Il cibo è memoria, simbolo, emozione, relazione. È il modo in cui ci sediamo davanti alla vita.
Dopo aver perso sedici chilogrammi mi sono trovata, oggi, davanti a un desiderio molto semplice: avevo voglia di un gelato. Non di una tavolata infinita, non di una giornata passata a mangiare qualsiasi cosa, non della necessità di riempire un vuoto emotivo con il cibo. Avevo voglia di un gelato. E prima ancora di decidere se concedermelo oppure no, ho deciso di ascoltare quel desiderio. L'ho osservato con curiosità, come si osserva un animale del bosco che compare all'improvviso tra gli alberi. Mi sono chiesta quale bisogno stesse cercando di raccontarmi. Era fame? Era rabbia? Era stanchezza? Era il desiderio di sabotare mesi di lavoro? Oppure era semplicemente il bisogno di ricordarmi che la salute non nasce dalla paura e dal controllo ossessivo?
Così sono uscita di casa e ho percorso quei pochi metri che mi separano dalla gelateria. Dopo quasi un anno senza mangiarne uno, ho deciso che non sarebbe stato un gelato scelto con il bilancino mentale delle calorie. Non sarebbe stato il gusto di frutta perché "è più leggero". Non sarebbe stato il compromesso con il senso di colpa. Sarebbe stato il gelato che desideravo davvero. Una cialda grande. Tre gusti. Cioccolato, perché da bambina era praticamente l'unico gusto che mi piaceva, Malaga, perché era il gusto preferito di mio nonno e ogni volta che lo assaggio sento ancora, da qualche parte, la sua presenza discreta accanto alla mia. Caramello salato, perché per anni l'ho preparato con le mie mani nelle cucine del ristorante in cui lavoravo e quel sapore conserva ancora il profumo di una parte importante della mia vita.
Con il gelato tra le mani mi sono seduta sulla panchina della piazza, davanti agli alberi mossi dal vento del tardo pomeriggio. C'era un'aria fresca che sembrava arrivare apposta per accompagnare quel momento. Ho preso il mio piccolo cucchiaino di plastica e ho iniziato a mangiare lentamente. Lentamente davvero. Senza telefono. Senza fretta. Senza pensare a ciò che avrei dovuto fare dopo. Senza il bisogno di finire presto. Ogni boccone aveva il tempo di esistere. Ogni sapore apriva una porta nella memoria.
Il cioccolato riportava con sé le merende dell'infanzia. Il Malaga mi faceva sorridere pensando a mio nonno. Il caramello salato mi riportava davanti ai fornelli, quando ancora lavoravo nella ristorazione e preparavo dessert per altre persone senza immaginare che, un giorno, uno di quei sapori sarebbe diventato un ricordo da custodire.
Mi sono accorta che stavo mangiando molto più dei suoi ingredienti. Stavo mangiando la mia storia.
Probabilmente chi mi osservava vedeva semplicemente una donna seduta su una panchina con un gelato. Io, invece, avevo la sensazione di partecipare a una piccola liturgia personale. Credo che il mio viso ricordasse quello di Santa Rita durante una delle sue estasi mistiche, perché a un certo punto una ragazza, seduta poco distante con il suo frappè, mi ha guardata e ha sorriso. Forse aveva intuito che non stavo semplicemente facendo merenda. Stavo celebrando qualcosa.
Quando il gelato è finito ho spezzato lentamente anche la cialda e ne ho mangiato ogni frammento. Ho raccolto il tovagliolo, ho buttato tutto nel cestino e mi sono incamminata verso casa. Sentivo più energia nelle gambe. Forse erano gli zuccheri semplici entrati rapidamente in circolo. Forse era il piacere. Forse erano entrambe le cose. Ma soprattutto sentivo una cosa che da tempo ho sperato di ottenere: godere del cibo, conoscerlo, usarlo per il mio benessere psicofisico, senza temerlo.
Mi sono venuti in mente gli studi di Ayurveda che per anni hanno accompagnato il mio percorso come operatrice olistica. In Occidente siamo stati educati a considerare il cibo quasi esclusivamente come una questione biochimica. Ci chiediamo quante calorie contenga, quanti grammi di proteine abbia, quale sia il suo indice glicemico. Tutte informazioni importanti, naturalmente. Ma non sono le uniche.
L'Ayurveda insegna da millenni che ogni alimento porta con sé anche un'energia, e che questa energia non dipende soltanto dalla sua natura, ma anche dalle mani che lo preparano, dall'intenzione con cui viene cucinato, dall'ambiente in cui viene consumato e dallo stato emotivo di chi lo mangia. La stessa pietanza può nutrire profondamente oppure appesantire, non solo in funzione dei suoi nutrienti, ma del contesto umano ed energetico in cui viene vissuta.
È un concetto che appartiene anche alla Kitchen Witch, l'antica magia domestica che considera la cucina un luogo sacro e gli ingredienti strumenti di trasformazione. Una strega di cucina non prepara semplicemente un pasto. Prepara un'intenzione. Mescola emozioni. Cuoce pensieri. Sa che il nutrimento non passa soltanto attraverso lo stomaco, ma attraversa anche la mente, la memoria, il cuore.
Per questo motivo sono convinta che esista una differenza enorme tra mangiare un gelato con il senso di colpa e mangiarlo con gratitudine. Tra divorarlo in piedi, arrabbiati con sé stessi, e gustarlo lentamente, in pace, sentendosi pienamente presenti. 
Dal punto di vista nutrizionale il gelato è lo stesso. Dal punto di vista dell'esperienza umana, invece, da risultati completamente diversi.
Essere presenti mentre mangiamo significa osservare ciò che accade dentro di noi, ascoltare i ricordi che emergono, percepire le emozioni che il cibo risveglia, riconoscere se stiamo cercando di anestetizzarci oppure di nutrirci davvero. Significa comprendere che la nutrizione non è soltanto ciò che entra nel nostro corpo, ma anche il modo in cui il nostro corpo riceve e sfrutta ciò che entra.
Nel percorso alimentare che sto seguendo insieme alle persone che hanno scelto di camminare con me, questo aspetto ha la stessa dignità delle calorie, dei macronutrienti e della composizione corporea. Perché conoscere il cibo è importante, ma conoscere il proprio rapporto con il cibo lo è ancora di più. È lì che nasce la vera libertà.
Oggi quel gelato non mi ha fatto sentire meno disciplinata. Mi ha fatto sentire più libera. Mi ha ricordato che la salute non nasce dalla paura di un alimento, ma dalla capacità di scegliere con consapevolezza. 
Non voglio vivere una vita in cui il cibo sia un nemico da combattere. Voglio vivere una vita in cui ogni tanto un gelato possa diventare un piccolo rito di gioia, un gesto di presenza, un incantesimo gentile capace di ricordarmi che nutrire il corpo significa, qualche volta, nutrire anche l'anima.

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