si ricomincia
Questo lunedì 17 agosto ha qualcosa di più autunnale che estivo, non tanto nel cielo quanto nell’aria interiore delle cose, quella sensazione sottile che arriva quando una stagione non è ancora finita e tuttavia, dentro di noi, ha già smesso di promettere. Settembre è ancora lontano quel tanto che basta per poterlo guardare come si guarda una terra dall’altra riva, ma abbastanza vicino da cominciare a immaginare ritorni, a rimettere ordine nelle stanze e nei pensieri, a riprendere ciò che avevamo lasciato in sospeso e domandarci, con una certa lucidità nuova, che cosa vogliamo davvero portare con noi quando ricomincerà il tempo delle cose che contano.
Io mi avvicino intanto al quinto mese del mio Glow Up e c’è qualcosa che continua a sorprendermi: non ho ceduto una volta. Non per una disciplina sovrumana, e nemmeno per l’idea di un premio finale. Piuttosto perché, questa volta, le ragioni sono diventate abbastanza profonde da non avere più bisogno di essere rincorse dalla motivazione quotidiana. Non devo dimostrare nulla a nessuno, nessuno attende da me un numero sulla bilancia, non esiste una scadenza entro cui consegnare al mondo una versione “definitiva” di me stessa e, soprattutto, non esiste quel pericoloso “dopo” in cui si possa credere di aver finito e tornare indietro. Perché il punto non è mai stato raggiungere un peso, una taglia o un’estetica: il punto, ora lo vedo con chiarezza, era tornare ad abitare un corpo che conosco, quello di molti anni fa, prima che una lunga serie di adattamenti mi insegnasse a stare nel mondo — e soprattutto nel mondo degli altri — rimpicciolendo me stessa.
C’è un paradosso che oggi mi appare quasi perfetto nella sua crudeltà: più diventavo piccola nella mia presenza, nei desideri, nelle pretese, nelle scelte, più il mio corpo diventava grande. Come se la materia avesse dovuto occupare tutto lo spazio che io avevo smesso di abitare interiormente, come se il corpo fosse stato costretto a gridare una presenza che altrove avevo imparato a sussurrare. Ed è quasi commovente, adesso, accorgersi che sta accadendo l’opposto: mentre il corpo si alleggerisce, qualcosa dentro di me si espande. Non sto incontrando una donna nuova, sto riconoscendo quella precedente. La donna selettiva, essenziale, che non aveva paura della solitudine e proprio per questo sceglieva con cura estrema chi lasciare entrare nella propria vita; quella che non considerava la compagnia un valore in sé e non vedeva alcuna virtù nell’adattarsi a ciò che non le somigliava. Per un periodo ho provato a essere più morbida, più accomodante, più “facile” per più persone possibili; e sospetto che sia stato proprio allora che ho iniziato a perdermi.
Adesso, insieme ai centimetri, se ne stanno andando anche una quantità sorprendente di compromessi. Comincio a non capire perché la socialità debba passare attraverso gesti che tradiscono il corpo: mangiare ciò che non si desidera perché “si è in compagnia”, bere perché bisogna brindare, restare svegli oltre la stanchezza per dimostrare di essersi divertiti, e poi consegnare alla nebbia dell’annebbiamento un’intera giornata di vita. E ancora meno comprendo perché si debba scambiare il proprio tempo con esperienze che non ci appartengono solo per non deludere qualcuno, restare in luoghi che non ci nutrono, partecipare a situazioni che non lasciano nulla, quando a volte una giornata in solitudine contiene infinitamente più verità di una giornata nella compagnia sbagliata. Non è un rifiuto del piacere o degli altri: è la scoperta che il piacere, per essere autentico, deve continuare a vibrare anche dopo che è finito.
Più il corpo si fa essenziale, dunque, più la personalità torna a occupare spazio. E credo che questa sia la parte più interessante — e più impegnativa — di tutto il percorso: tornare a essere poco malleabile, poco negoziabile, sempre meno capace di dire sì quando dentro esiste un no chiarissimo. Il mio Glow Up durerà nove mesi, pensato fin dall’inizio come una gestazione, e da qui a dicembre il lavoro più importante sarà forse proprio questo: capire che cosa fare della persona che sta riemergendo. Perché è ormai evidente che non potrà tornare nei luoghi in cui aveva imparato a restringersi per poter restare.
I prossimi mesi, allora, non saranno soltanto la fine di una trasformazione fisica. Saranno la costruzione di un ambiente proporzionato alla persona che sto tornando a essere: relazioni scelte non per somiglianza ma per affinità reale; persone da cui poter ricevere strumenti e a cui poterli restituire; esperienze che valgano lo spostamento, il tempo, l’energia; lavoro, studio, ordine, disciplina, bellezza, curiosità, movimento. E, se necessario, anche la disponibilità a chiedermi se il luogo in cui vivo sia ancora un luogo in cui posso crescere, perché a volte non siamo noi a essere diventati troppo grandi: è semplicemente il contenitore a essersi fatto troppo stretto.
Forse è proprio questo che voglio fare della seconda parte del mio Glow Up: non imparare di nuovo ad adattarmi al mondo, ma costruire con pazienza un pezzo di mondo in cui non sia più necessario ridurmi per poter entrare. E forse questo strano lunedì di agosto, già un po’ settembre, è il giorno perfetto per ricominciare a immaginare tutto questo.



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