Realtà


Qualche giorno fa sono entrata in un negozio di abbigliamento per provare alcuni vestiti. Un gesto apparentemente banale, che si è trasformato in un'esperienza di consapevolezza corporea molto più intensa di quanto avessi immaginato.

Sono entrata con la percezione di conoscere il mio corpo. Ne conosco il peso, le circonferenze, i cambiamenti. Lo misuro, lo osservo, lo accompagno quotidianamente in questo percorso di trasformazione. Eppure ho scoperto di non conoscerlo ancora del tutto.

Ho cominciato a provare dei pantaloni. Taglia S. Perfetti. Alcuni persino comodi. Poi dei giubbotti, dei cappotti, ancora taglia S. Le taglie uniche, che un tempo rappresentavano quasi una scommessa, oggi mi risultano abbondanti, larghe sulle spalle, troppo morbide sul punto vita. Soltanto alcune giacche di tailleur, particolarmente strutturate e aderenti richiedono ancora una M, principalmente per la circonferenza del seno.

E mentre passavo da un capo all'altro, continuavo a provare una sensazione difficile da descrivere. Perché una cosa è sapere di essere dimagriti. Un'altra è, quando per anni hai indossato una XXL, prendere una S e scoprire che ci stai senza sforzo. Lì il cervello sembra faticare a elaborare l'informazione.

Razionalmente so di aver perso peso. So quanti chili ho lasciato andare. Conosco i centimetri che ho perso. Ma è come se una parte di me continuasse a cercare il corpo che ricordava.

Poi è successo qualcosa di ancora più destabilizzante: a casa non possiedo uno specchio che mi permetta di vedermi interamente. Mi osservo a pezzi, attraverso fotografie, riflessi parziali, misurazioni. Non ho una visione quotidiana e completa della mia figura. Lì, invece, davanti agli specchi del camerino, mi sono vista tutta. Davanti. Di lato. Da dietro. E sono rimasta letteralmente sconcertata.

Ho guardato il mio profilo e, per un istante, ho avuto la sensazione che qualcuno mi avesse tagliato via metà corpo. Non è un'esagerazione retorica. È esattamente ciò che ho provato.

Il sedere che ricordavo non c'era più. I fianchi importanti che per tanto tempo avevano caratterizzato la mia figura erano diventati piccoli, contenuti. La rotondità era cambiata radicalmente.

Mi aspettavo un corpo più snello. Non mi aspettavo un corpo così diverso.

E la cosa più sorprendente è che quella visione, anziché provocarmi immediatamente gioia, mi ha quasi disturbata. Mi ha stranita. Destabilizzata. Ci ho pensato per tutto il resto della giornata.

Perché il dimagrimento non è soltanto un processo metabolico, estetico o fisiologico. È anche un processo di riorganizzazione della propria immagine interiore. Il corpo può cambiare più velocemente della rappresentazione mentale che abbiamo di lui.

È un fenomeno che possiamo descrivere come un disallineamento della percezione corporea: la nostra immagine interiore, costruita attraverso anni di esperienza, non sempre si aggiorna alla stessa velocità delle trasformazioni fisiche. E così possiamo continuare a percepirci ingombranti quando non lo siamo più. Possiamo cercare istintivamente taglie che non ci appartengono. Possiamo guardarci allo specchio e faticare a riconoscere la persona che abbiamo davanti.

Ma esiste anche il fenomeno opposto, altrettanto impressionante. Prendere in mano un vecchio pantalone XXL, osservarne le dimensioni e pensare: possibile che io stessi davvero qui dentro? Eppure sì. Quel pantalone lo riempivamo. A volte ci stava persino stretto.

Oggi potremmo quasi nuotarci dentro.

Ed è in quel momento che la distanza tra il corpo di ieri e quello di oggi diventa qualcosa di concreto, quasi tangibile. Per questo, nei percorsi di dimagrimento importante, considero preziosi due piccoli esercizi di consapevolezza.


Il primo è l'esercizio dello zainetto.

Prendere uno zaino, inserirvi un peso che rappresenti, anche solo parzialmente, i chili perduti — utilizzando libri o altri oggetti — e indossarlo per qualche istante, in condizioni di sicurezza. Non occorre riprodurre integralmente il peso perso, soprattutto quando si tratta di molti chili. L'obiettivo è percepire fisicamente un carico che un tempo faceva parte della nostra quotidianità e che oggi non portiamo più.


Il secondo è entrare in un negozio di abbigliamento e provare vestiti. Per osservarsi.

Per confrontarsi con taglie nuove, volumi nuovi, proporzioni nuove. Per scoprire che quella taglia che continuiamo a considerare troppo piccola potrebbe essere esattamente la nostra.

Per permettere agli occhi di incontrare il corpo reale, anziché continuare a guardarlo attraverso il ricordo di quello precedente.

Naturalmente le taglie non sono un giudizio sul nostro valore, né un numero più piccolo rappresenta una conquista universale. Sono semplicemente uno degli strumenti attraverso i quali possiamo prendere coscienza di un cambiamento.

Davanti a quello specchio, ho capito che il mio lavoro non è ancora finito. Non parlo soltanto di composizione corporea, di tonicità muscolare o di quei piccoli miglioramenti estetici sui quali desidero ancora lavorare. Parlo soprattutto di imparare ad abitare pienamente questo corpo. Di riconoscerlo. Di smettere di cercare, inconsapevolmente, una figura che non esiste più.

Perché dimagrire significa cambiare il proprio corpo, ma riconoscersi nel corpo che cambia è un percorso ulteriore, e non sempre immediato.

Ho incontrato, forse per la prima volta con assoluta evidenza, la versione attuale di me stessa. E devo ancora abituarmi a guardarla.

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